Corruzione: nuove misure di contrasto per un vecchio problema

Corruzione: nuove misure di contrasto per un vecchio problema

I recenti fatti di Roma, Milano e Venezia mostrano che la corruzione sia un fenomeno ampiamente diffuso nella società italiana e non sia limitato ad alcune regioni o alcuni contesti territoriali.

Una caro collega ed amico, Marco Arnone, purtroppo prematuramente scomparso nel 2012, già nel 2005 aveva scritto che la corruzione costa ed ne aveva misurato sia i costi economici (diretti) sia i costi istituzionali e sociali (indiretti). Ai costi diretti della corruzione che per l’Italia valgono 60 miliardi di euro, si aggiungono quelli indiretti che poi incidono direttamente sulla vita dei cittadini.

La corruzione è un fenomeno pervasivo e nebuloso che in generale non desta allarme sociale e pertanto resta sommerso fin quando le indagini non lo fanno venire alla luce.

Proviamo ad esaminare alcuni fatti stilizzati.

La corruzione in primo luogo rappresenta in tutte le società un fenomeno ciclico che raggiunge un massimo nei periodi di maggior lassismo nella repressione da parte dello stato e diminuisce nei periodi in cui lo Stato aumenta il livello di controllo. Il danno sociale prodotto dalla corruzione non rimane limitato solo allo spreco di risorse connesso, ma incide negativamente sulla libertà economica distorcendo i meccanismi di libera concorrenza e di meritocrazia che sono alla base di ogni democrazia economica.

Il comportamento corruttivo diventa vantaggioso dal punto di vista economico quando la probabilità di essere scoperti e sanzionati è bassa, anche in presenza di pene elevate e quando mancano forme di controllo e di disapprovazione sociale per i comportamenti corruttivi.

Il problema della corruzione non si risolve, quindi, semplicemente aumentando le pene, anzi sono i paesi con le pene più dure ad avere tassi più elevati di corruzione. Occorre piuttosto creare un meccanismo educativo che generi una disapprovazione sociale dei comportamenti corruttivi. La mia impressione è che la corruzione, tutto sommato, sia accettata quasi come un male necessario da una larga parte della popolazione italiana. Per cui mi sentirei di fare una proposta provocatoria. Arriviamo anche a depenalizzare la corruzione dal punto di vista penale, ma introduciamo solidi e condivisi meccanismi sociali di messa al bando di corruttori e corrotti. Nella democrazia ateniese erano in vigore due istituti l’atimia e l’ostracismo. L’atimia, letteralmente perdita dell’onore, significava la perdita dei diritti civili, mentre l’ostracismo invece comportava l’esilio forzato per 10 anni per coloro che rappresentavano un pericolo per la polis. La vera sanzione per i comportamenti corruttivi è l’istituzione di forme atimia e di ostracismo che riguardino gli aspetti economici ed partecipativo-elettorali di corruttori e corrotti che unite a norme che consentano l’aggressione ai patrimonio illeciti frutto di corruzione, porterebbero come risultato l’abbattimento certo del livello della corruzione. In più poiché si tratta di provvedimenti di natura amministrativa, piuttosto che penale, questi sarebbero più facile e veloce applicazione e, nel contempo porterebbero ad un maggior livello di garanzia per i soggetti che vedrebbero attaccata la loro libertà economica e patrimoniale, ma non quella personale.

Un ultimo aspetto va poi dedicato all’utilizzo sempre crescente che le organizzazioni criminali, mafia e ‘Ndrangheta in particolare, fanno della corruzione come strumento per realizzare i loro obiettivi criminali.

La Mafia e la ‘Ndrangheta 2.0 preferiscono ricorrere a meccanismi corruttivi per realizzare il condizionamento del mercato, piuttosto che i tradizionali metodi violenti. Del resto perché intimidire con violenza, chi può più agevolmente essere comprato? E, inoltre, trattare con una pistola sotto il tavolo risulta scuramente più semplice.

Economia corrotto ed economia criminale tendono sempre più a sovrapporsi fino a diventare quasi indistinguibili.

Queste considerazioni rendono ancora più cogente la necessità di un intervento forte contro la corruzione come strumento per combattere anche la colonizzazione dell’economia legale da parte delle organizzazioni criminali, oltre che per realizzare l’obiettivo di un maggior livello di legalità diffusa società.

Domenico Marino

Professore di Politica Economica

Un. Mediterranea di Reggio Calabria

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La Calabria che verrà

La Calabria Che Verrà.

 

Con le ultime elezioni regionali i Calabresi hanno invocato un cambiamento forte. Un cambiamento che a conti fatti rimane l’unica speranza per risollevare le sorti di questa terra. Troppo spesso quando si parla di Calabria e di sviluppo si oscilla fra un pessimismo, che altro non è che l’anticamera del disfattismo, che fa immaginare che qualunque sforzo sia inutile e che i calabresi siano antropologicamente incapaci di avviare circoli virtuosi e il facile ottimismo, figlio spesso dell’incompetenza, che delinea percorsi immaginifici, ma lontani dalla realtà e, pertanto, irrealizzabili.   Per trovare la giusta via non possiamo che affidarci alle parole di un grande esperto di sviluppo, Albert Hirschiman, che, nell’allegoria della “mano che nasconde”, afferma, partendo dall’assunto che gli individui non abbiamo grande fiducia nelle proprie capacità, che è spesso necessario nascondere i problemi e sottostimare la dimensione delle avversità, in modo da poter iniziare senza troppe perplessità ad affrontare la realtà, facendo pieno uso delle proprie capacità.

Dobbiamo, quindi, nasconderci le difficoltà, senza cadere nella faciloneria, e ciò è possibile solo se si ha il coraggio di pensare in grande e di pensare strategicamente. Abbiamo bisogno di grandi idee che rompano gli schemi consolidati, abbiamo bisogno di una iniezione di fiducia, abbiamo bisogno di una visione dello sviluppo.

Tutto questo è drammaticamente mancato, abbiamo convissuto con politiche di piccolo cabotaggio, prive di spunti innovativi che altro non erano che ripetizioni stantie o imitazioni mal riuscite. La latitanza delle istituzioni e il drammatico fallimento di tutte le politiche di sviluppo hanno dato fiato e potere a tutto un sottobosco politico-clientelare che ha barattato il consenso con la promessa di uno sviluppo assistito, che si manifestava in una pioggia di finanziamenti non inseriti in alcun progetto serio ed organico di sviluppo e che non faceva altro che inseguire le emergenze, non per risolverle, bensì per perpetuarle.

La Calabria se opportunamente governata ha la possibilità di colmare in breve il gap che la separa dalle altre regioni, ma per far questo deve innovare totalmente le politiche.

La Calabria non deve più inseguire l’industrializzazione, ma deve fare un salto nella nuova era e investire in creatività e innovazione. E’ inutile inseguire il treno dell’industrializzazione, dobbiamo piuttosto pensare alla Calabria 3.0, una Calabria di imprese High Tech e che forniscono servizi avanzati e una Calabria che valorizza in maniera innovativa i tradizionali settori dell’Agroalimentare e del Turismo.

Calabria 3.0 significa investire nella logistica, e a Gioia Tauro abbiamo un polo di eccellenza in grado di trasformare la Calabria in una grande piattaforma logistica fra l’Europa, l’Asia e l’Africa.

Calabria 3.0 significa creare un distretto di imprese High Tech che sviluppino servizi di ICT innovativi per le famiglie e le imprese, utilizzando il Know How delle nostre Università.

Calabria 3.0 significa trasformare la Calabria in una regione creativa che a partire dal patrimonio di beni culturali valorizzi i settori tradizionali del turismo, dell’agroalimentare e dell’artigianato di qualità innestando una “Sovrapposizione virtuosa” tra beni culturali e sistema produttivo che è ciò che consente ciò ai beni culturali di giocare il ruolo di volano di sviluppo.

Ma tutto ciò ha bisogno di coerenza di obiettivi, di utilizzo di strumenti opportuni e di impiego di risorse sufficienti.

I fondi strutturali e la programmazione 2014-2020 sono in questa luce una opportunità straordinaria che per essere colta ha bisogno di un cambiamento a 360° sia nella strategia, sia nell’attuazione. Il poco e male fatto fino ad oggi deve essere immediatamente corretto perché quella che abbiamo oggi è un’opportunità straordinaria per far crescere la Calabria. Sprecarla sarebbe non solo un atto di masochismo, ma anche una perdita di credibilità esiziale per la classe politica e burocratica regionale. A fronte di questo fallimento difficilmente si troverebbe qualcuno disposto a dare un’ulteriore chance alla Calabria.

Domenico Marino

Professore di Politica Economica

Un. Mediterranea di Reggio Calabria

A volte ritornano

Alcuni Giornali hanno, nei giorni scorsi, riportato la notizia che il governo Renzi avrebbe intenzione di riaprire il dossier sul Ponte sullo Stretto.

A volte ritornano” era il titolo di un libro di Stephen King, Maestro del Brivido. Non vi potrebbe essere commento migliore a questa notizia, se fosse confermata.

Riaprire il dibattito sul Ponte sarebbe un’operazione, oltre che irrazionale e illogica, seriamente a rischio di ridicolo.

Negli anni scorsi è stato dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, l’inutilità di quest’opera, l’insostenibile leggerezza del Ponte sullo Stretto e la decisione del Governo Monti, di porre fine ad una storia di sprechi e di spese inutili che si perdeva negli anni della Prima Repubblica è stata la logica conclusione di un lungo processo di riflessione.

Anche a costo di sembrare monotoni è opportuno riprendere brevemente alcune delle motivazioni che hanno portato alla cancellazione di questa infrastruttura.

Oggi abbiamo la certezza che non solo il Ponte non è una priorità per la Calabria e la Sicilia, sappiamo che non è utile e funzionale allo sviluppo delle due Regioni, ma che anzi è potenzialmente dannoso.

Il Ponte non serve alle comunità locali; non è strategico per gli spostamenti di lunga distanza; difficilmente si autofinanzierà. Soprattutto, il Ponte non è funzionale al modello di sviluppo dell’area dello Stretto. La Calabria e la Sicilia, se vogliono avviare processi virtuosi di sviluppo, devono puntare sulle loro risorse territoriali e sulle vocazioni caratteristiche degli ambiti locali; devono innescare processi endogeni, valorizzando le loro molteplici ricchezze sia ambientali che storico-culturali. Oltre che inutile e diseconomico, questo Ponte sembra anche sostanzialmente legato a una filosofia vecchia e arretrata dello sviluppo: una filosofia che non tiene conto dell’evoluzione e della complessificazione del sistema economico contemporaneo, e che continua a proporre ricette vecchie per la soluzione dei problemi, quando invece bisognerebbe agire rapidamente con strumenti nuovi e adeguati ai tempi.

I risultati della valutazione complessiva fanno emergere troppe criticità, troppi dubbi irrisolti, le risorse finanziarie necessarie alla costruzione del Ponte, poi, non sono disponibili oggi, né lo saranno in futuro.

La realtà è che, malgrado i trent’anni e più di studi e progettazioni per i quali la Stretto di Messina spa ha beneficiato della generosa munificenza di diversi governi, sul Ponte abbiamo molte idee frammentarie e poche certezze, molte ipotesi e pochi punti fermi. Esaminiamone alcuni.

Uno dei dubbi più grossi riguarda la possibilità di far passare i treni sul Ponte. Non a caso i giapponesi hanno scelto di non far passare i loro treni sul Ponte di Akashi-Kaikyō, che è stato realizzato con la stessa tecnologia costruttiva prevista per il Ponte sullo Stretto, ma che è lungo circa la metà di quest’ultimo. Senza un progetto esecutivo, come facciamo a trasformare in certezza la possibilità del passaggio dei treni? Il ponte è soggetto a oscillazioni trasversali proprie della struttura, a dilatazione termica, alle oscillazioni indotte dal vento. È davvero possibile far passare i treni, tenuto conto che queste dilatazioni e oscillazioni sono nell’ordine di metri? La mia opinione è che i treni non possano passare sul ponte.

E ancora: quanti saranno i giorni di chiusura a causa del vento? Più di cento sostiene qualcuno. Ma se anche fossero di meno, già la sola possibilità impedisce di dismettere le navi.

L’opera sarà effettivamente in grado di resistere a un sisma di 7,2 gradi della scala Richter? E se il sisma avesse una magnitudo maggiore, come si comporterebbe la struttura? Se il sisma si verificasse in fase di costruzione, quale sarebbe la soglia di sicurezza? Ogni anno nel mondo vi sono più di cinque eventi sismici con magnitudo maggiore di 7,2 gradi della scala Richter e ciò che sappiamo sul ponte di Akashi colpito un sisma in fase di costruzione non ci lascia affatto tranquilli. A seguito del sisma infatti le due torri si allontanarono di un metro e solo il fatto che l’impalcato non era stato ancora montato ha evitato danni maggiori.

I documenti in nostro possesso non permettono di fugare i numerosi dubbi sull’opera; questa appare in molti punti avvolta da una cortina di nebbia che non permette di apprezzarne i contorni effettivi. Decidere di riaprire il dossier sul Ponte sarebbe un azzardo, una forma molto perversa di moderna roulette russa; ma a soccombere, in caso di evento calamitoso, sarebbe un intero territorio.

Il Ponte è stato un annuncio perenne, che ha generato e vorrebbe continuare a generare un considerevole impegno di spesa pubblica (improduttiva); che ha creato e spera ancora di creare aspettative (lecite e illecite), visioni e sogni di sviluppo, è stato un inutile spreco di denaro pubblico che tra l’altro ha prodotto produce, in un periodo di risorse scarse, un effetto di spiazzamento sugli altri investimenti. Non è stato altro che uno specchietto per le allodole che per molti anni ha impedito che si programmassero interventi infrastrutturali vicini ai bisogni reali dei cittadini. .Investire sul Ponte avrebbe significato precludere la possibilità di fare altri interventi infrastrutturali più urgenti e prioritari. Non è affatto vero che il Ponte sarebbe stato l’investimento che avrebbe trascinato il sistema infrastrutturale del Sud; sarebbe stato piuttosto l’intervento che avrebbe impedito altri interventi più utili e anzi prioritari, e che non avrebbe potuto fare altro che collegare due deserti. In un periodo di crisi e di sacrifici come quello che stiamo attraversando la gente non è più disposta a credere alle favole. Abbiamo bisogno di infrastrutture che servano bisogni semplici della popolazione, ma tremendamente reali, come quello di non rischiare la vita a causa di una violenta pioggia.

In conclusione riaprire il dossier del Ponte sarebbe quanto di più illogico, anacronistico, dispendioso e dannoso per la Calabria e la Sicilia si possa immaginare.

Prof. Domenico Marino

Un. Mediterranea di Reggio Calabria